Enzo Rava

L´INFERMIERA

La Fata Turchina: in brevi momenti di ritorno alla coscienza la vedeva chinata su di lui, sentiva la sua mano sulla fronte, ne avvertiva la presenza da un vago di profumo, prima di ricadere nel pesante sopore faceva a tempo a dirsi: Io sono Pinocchio, lei è la Fata Turchina. Quando tornò,
dapprima per brevi istanti poi per momenti sempre più lunghi, alla coscienza, rilevò che i capelli
non li aveva turchini ma, a giudicare dal ciuffo che ne usciva dalla cuffia bianca, castani molto
chiari, e gli occhi marrone, d’un intenso marrone. Quando finalmente fu in grado di decidere se
tenere aperti gli occhi o chiuderli, si rese conto che si trattava di un’infermiera, soltanto
un’infermiera. Comunque quella mano che gli toccava la fronte (‘Vuol sentire se ho la febbre…’,
riuscì a dirsi una prima volta) o gli aggiuntava il lenzuolo sotto il mento, era rassicurante,
confortevole. Quando primamente la propria mano portò al volto, ché qualcosa gli dava fastidio,
rilevò che ‘Mi hanno infilato qualcosa nel naso’, studiò la sensazione, concluse che erano due
tubicini nelle narici, ‘Mi stanno dando l’ossigeno’. Fu la mano di lei che fermò la sua che tentava di
toccare l’apparecchiatura, “Lasci stare, le è ancora utile”, insieme un monito ed una rassicurazione.
Non osare muoversi, perché era consapevole di essere “In una situazione precaria. Già. E
meno male che mi sono risvegliato”, ma gli occhi quelli poteva muoverli, e osservava quella ’fata
turchina’ che si muoveva silenziosa nella stanza, toccava lievemente qualche oggetto, abbassava il
lenzuolo e gli alzava un braccio per mettergli il termometro sotto l’ascella, una prima volta parlò
per dirgli ’Ben tornato. Se l’è fatta una bella dormita. Non ha neppure la febbre”.
Ora ricordava bene: lo svenimento, il breve risveglio su un lettino tra cavi, display, grandi
lampade, ampolle, monitor sui quali correvano veloci cifre e linee spezzate, con stupore ricordò una


intera frase che qualcuno gli aveva detto, “Dovremmo operarla immediatamente, se è d’accordo
chiuda gli occhi tre volte”, l’ultima cosa che ricordava era questo. l’aver chiuso gli occhi
mentre la sua coscienza si spegneva.
La clinica (era svenuto proprio mentre il dottore che lo aveva visitato gli consigliava il
ricovero) era quella delle volte precedenti, già, la Salus, al quinto piano le stanze dei ‘solventi’con
le apparecchiature medicali ma anche il divanetto, le poltroncine, la TV, ora anche un computer,
lo scoprì in un angolo su un tavolino, la volta precedente non c’era; in occasione di quel ricovero il
dottore era stato pessimista nero, catastrofico, ‘Per dirgliela francamente, l’operazione sarebbe
necessaria ma a rischio, 50 e 50’. Per non giocarsi la vita a testa e croce se l’era evitata, ma gli era
arrivata la botta, aveva dovuto accettarla con qualche battito di ciglia: mi è andata bene, concluse,
muovendo cautamente un piede, le gambe, le braccia, per accertarsi di esserci tutto; si portò una
mano al petto, non poté accertarsi se c’era ancora anche il cuore perché il petto era coperto da una
stoffa piuttosto ruvida.
“Come mi va? “ chiese all’infermiera, e la domanda gli parve un po’ sciocca.
“Se può chiedermelo vuol dire che le va piuttosto bene, non trova?”, gli rispose con un
sorriso. Aveva un bel sorriso.
“E poi?”, e questa domanda gli parve molto stringata, ma in qualche modo ’profonda’.
“Non è già una bella cosa poter pensare al poi?”. Aveva anche il senso dell’umorismo.
Ed aveva anche una bella figura, per quel che lasciava indovinare l’uniforme, le gambe
certamente. Fu tentato di dirglielo, da tempo non aveva con le donne che rapporti verbali, anche se
d’intenzione galanti - o almeno, ci provava. Del resto, non aveva ora di ‘agibile‘ che la bocca, il
naso pur infastidito dal terminale di cristallo del tubo dell‘ossigeno su per le narici - e quella fata
molto attenta a che non ne uscisse.
“Lei è molto premurosa con me“, le disse.
“ La professione mi impone di esserlo con tutti, ho due altri pazienti da seguire - gli rispose -
Anche se lei, devo dire, è il più gentile“.
“E‘ che sono molto solo - le spiegò, confidandosi senza ritrosia, anzi, lietamente - e le sue
attenzioni mi--mi---mi…“
“La capisco...Ma è proprio solo?”
“Vedovo da tempo, due figli che se ne sono andati per conto loro e che, ad esser sincero, non
ho neanche piacere a rivedere, tanto egoisti si sono dimostrati”
“Gli amici?”
“Quelli veri, pochi,morti; gli altri, opportunisti, dispersi. Si renda conto: mangio sempre in
ristorante perché la casa deserta mi fa tristezza e la donna di servizio è rozza, non se ne trovano più
come una volta. Delle extracomunitarie, non mi fido. Viaggi in comitiva, crociere, soggiorni in
albergo, non ho altro”.
“Una bella vita, comunque”.
“I soldi? Ma certo, ma forse che bastano, nella la solitudine?”
Lei, con un sorriso:”Purtroppo per lei, adesso ha la mia compagnia”.
“Non immagina quanto gradita”.
“Grazie, ma ora devo andare. Si rende conto che con le sue chiacchiere, piacevoli lo ammetto,
mi fa mancare al mio dovere verso gli altri pazienti?”
Poteva davvero dire “Lei non immagina…”, perché mai quella, e gli altri tutti, non potevano
immaginare il suo ’segreto’, la straordinaria scoperta che da qualche tempo aveva fatto: che è
soltanto il corpo che invecchia, mentre la mente, lo spirito (una volta si diceva l’anima) restano
giovani, giovanissimi, intatti dalla adolescenza quando non dalla fanciullezza - salvo casi morbosi
si capisce. Vedendosi nello specchio, protestava: ”Ma chi è quello, così sfatto dagli anni? Io ne ho
diciotto, a volte mi pare sedici”, che era stata un’età molto bella, giocosa fantasiosa ardita


divertita. Con quegli occhi ’adolescenti’ guardava il mondo, bella giornata, una gran voglia di
correre sui prati, andar per trote nel torrente, tuffarsi in mare. Certo, sapeva bene che il corpo non glielo avrebbe permesso, ma forse che gli impediva di desiderarlo? Le donne, ad esempio:
le guardava con gli stessi occhi della giovinezza, con gli stessi pensieri; senza il tormentoso
desiderio di allora ché ogni capacità sessuale si era spenta da tempo; ma anche per questo i
pensieri erano più audaci, più fantasiosi, birichini. Una volta, sull’autobus, si era davvero concesso
la birichinata, aveva stampato la mano su un bel gluteo sodo: quella si era rigirata di colpo,
osservandolo si era stupita tanto l’affronto le sembrava incredibile: ”Vecchio sporcaccione!” aveva
gridato; era stato cacciato dall’autobus, spintoni e ’satiro!’, minacce di galera o di botte.
A volte, quando parlava con qualcuno, nel segreto di sé sorrideva ghignava, “Ma lei non
sa chi sono io”, era tentato di cedere al desiderio di una irriverenza, di uno scherzo, di una
sghignazzata quale un ragazzo disinibito possa concedersi con adulti seriosi . Si sentiva come travestito, osservava gli altri da dietro una maschera - quella assurda vecchia maschera - e
spesso era divertito, quasi che irridere il mondo gli consentisse di dominarlo; gli pareva di essere
‘ospite’ in quel corpaccio ferito, ricucito, con valvole animali, raccordi di plastica, macchinette
sussidiarie, un adolescente truccato.
Quella ragazza, ad esempio: gli piaceva, e gli piaceva a dirglielo,sviluppando una sorta di
seduzione verbale, anch’essa estremamente piacevole; aveva un bel vantaggio, del resto, lei non
poteva rifiutarsi di ascoltarlo, perché incatenata a lui dal suo lavoro - e del resto lui del tutto dipendente da lei, che quasi doveva imboccarlo.
Era venuto il chirurgo, “Lei è una persona intelligente - gli aveva detto - quindi posso essere
franco, dirle le cose come stanno: l’operazione non è riuscita. E ancora non sappiamo che cosa
poter fare per i suoi polmoni. Stiamo pensando, studiando, ci vorrà forse un po’ di tempo, capisce?
Bene, bravo bravo”.
Da tempo era rassegnato a ’ prendere le cose come vengono’, aveva preso imparato che di
solito è impossibile opporsi, ridicolo tentarlo, la più grande forza nella vita - lo si scopre purtroppo
con ritardo - è la rassegnazione. Comunque, questa era la situazione. Con un vantaggio: quel tempo
prima di una nuova eventuale operazione, tempo che non poteva che essere lungo, l’avrebbe
trascorso con lei, lei con lui.
“Ma senta - le aveva chiesto dopo una di quelle conversazioni sorridenti, ché lei era ricca di
spirito, capace di ironia, e lo secondava - ma senta: lei mi sposerebbe?”
“La smetta con i suoi scherzi”.
“Ma mica è uno scherzo! Ci rifletta: avrebbe l’agiatezza, una compagnia fedele ed affettuosa,.
Non più che affettuosa si capisce, e avrebbe anche la sua libertà, piena libertà pur, come dire?, nel
rispetto dell’altro. Se ci sta, anche domani facciamo venire il prete così accontentiamo anche lui,
che continuamente mi ronza intorno per indurmi a pentimenti, confessioni, Pater Ave Gloria”-
Lei lo guardò, severa: ”Se non è un altro scherzo, mi offende: non sono mica una di quelle
badanti romene che si sposano per avere la cittadinanza e poi scappano col malloppo”.
“Ma proprio per questo glielo propongo, perché non è una di quelle. E’ ben altro”.
“Non sono nemmeno laureata”gli obbiettò lei, ironicamente.
“Le farò da professore, purché non di fisica e matematica”.
“Mi dia il termometro, piuttosto”.
Aveva imparato a conoscerla, capiva che quella diceva sul serio, anche le avesse offerto di
sedere su un trono non avrebbe accettato; nessun vincolo avrebbe accettato, troppo teneva alla
propria indipendenza.
Il corteggiamento durava l’intera giornata, si concludeva la sera quando lei, sospirando,
accettava di dargli “il bacetto della buona notte”. Tornò qualche giorno dopo il chirurgo, “Abbiamo
considerato tutto, escludiamo una nuova operazione a tempi brevi. Fra qualche settimana,
vedremo”. All’infermiera, che lo aveva accompagno nel corridoio, aggiunse: “Ho paura che dovrà
rassegnarsi a sopravvivere con la macchinetta dell’ossigeno, è impensabile un trapianto di polmone.
Fortunatamente per lui, i soldi per pagarsi un soggiorno in clinica a vita, breve o lunga non so, non
gli mancano”-
“Senta Veronica. -insisteva lui- Io mi rassegno a rinunciare al piacere d’averla per
consorte. Ma lei non può impedirmi di compensarla in altro modo per le sue attenzioni, ché
davvero sento affettuose. Ho chiamato il mio notaio, gli detterò il testamento che finora ho
ritenuto superfluo perché tutto andrebbe comunque a qui due sciagurati. Bene: a loro lascio la
legittima, a lei tutto il resto, mi sposi o no”.
“Lei non mi lascia proprio niente. Se mi obbedisce campa più di me. E poi scusi, non mi faccia
più questi discorsi”.
“Ma lei mi piace. Mi creda, ho conosciuto più di una donna ma lei…”
“La finisca con questi scherzi. Lei si approfitta del fatto che io sono costretta a starle
accanto…”.
“Costretta? Mi pareva che non le dispiacesse”.
“Ma no che non mi dispiace, lo sa bene. Ma basta con questa storia di matrimoni o testamenti.
Come se non sapessi del resto come vanno le cose, gli altri eredi lo impugnano, ti citano in
giudizio per circonvenzione di incapace…”
“Ma io non sono incapace. Se vuole le cito interi brani della Divina Commedia”.
“Appunto. E stia attento a quei tubicini, che poi comincia ad ansimare”.
Ostinata però, ma anche per questo sempre più gli piaceva. Si rendeva ovviamente conto che
no, niente oltre le chiacchiere, ma erano chiacchiere divertenti, in qualche momento anche tenere,
che egli sentiva che al di là delle parole c’era qualcosa di più, non di sessuale certamente ma di, di,
di. Non sapeva come definirlo:’rapporto d’un uomo e d’una donna’? Giocava anche con se stesso,
con la maschera e la mente, a volte la guardava come un diciassettenne può guardare una
ventisettenne, “Certo, ci andrei volentieri, ma; poi, col passar degli anni me la trovo ai quaranta…”
Da quanto durava? Aveva perso la cognizione del tempo, che scorreva sul suo corpo disteso
tra cavi, apparecchi, visori, l’aria salvifica che gli veniva insufflata dall’esterno ,’Ma così non ho
neanche l’onere di inspirare’, scherzava. Un giorno lo colse un ’pensiero astuto’, così lo definì: fece
un paio di telefonate, ricevette un tizio dall’apparenza di serietà ed efficienza, sorrise ironico alla
ragazza che lo guardò interrogativa:”Questa volta gliel’ho fatta?”
“A me? Che cosa?”
“Qualcosa che la lega a me e che lei non potrà rifiutarmi”.
“Ha ordinato una corda?”, gli ribatté, amabilmente scherzosa.
“Per ora non glielo dico, voglio farla penare dalla curiosità”.
“Non sono più curiosa da quando ero ragazzina”.
“Ma lei è ancora, ragazzina. E’ il lavoro che la costringe, ma nell’animo è ancora spigliata,
come posso dire?”
“Capisco. Forse. Ma ora non mangi solo il gelato, ma anche la polpetta”.
Glielo disse qualche giorno dopo: ”Allora, vuole saperlo? Ho fatto una assicurazione a suo
nome, uno sproposito. La compagnia recalcitrava, mi ha imposto un premio esorbitante, sborserà
meno di quanto ha incassato ,ma così punirò quei ragazzacci, che si ritroveranno con poco da
rosicchiare”.
“Che cos’ha fatto lei?”, gli chiese, inquisitiva, quasi minacciosa.
“Un’assicurazione a suo favore, si ritroverà con un mucchio di soldi., davvero un mucchio. E


on potrà rifiutarli. A questo modo mi è legata, no?”
“Molto generoso nei miei confronti, Ma piuttosto sciocco nei suoi”.
“Io ne sono contentissimo, è una sorta di pas a deux, non trova?”
Lei, che era accanto al suo capezzale, lo guardò ironica: “Trovo che sei proprio uno stronzo,
un incredibile stronzo”, gli strappò via dalle narici i tubicini del respiratore ,gli premette sul volto il
cuscino strappatogli di sotto la testa, un minuto, due minuti, aveva ben calcolato. Rimise il cuscino
sotto quella testa inerte, scese al piano di sotto, al bar, chiacchierò un poco con due colleghe poi
“Devo tornare dai miei pazienti”, si congedò. A questo punto poté prima telefonare poi informare
direttamente la caposala: “Il 43. Deve essersi staccato dal respiratore. Mi pare un trombo,
un infarto, un ictus, non saprei. Avverto il medico di guardia? Era un bravo vecchio, devo dire”.






 
 


















 
 








 








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Published on e-Stories.org on 02/21/2009.

 

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